Friday, December 18, 2015

Konè_cap2_ITA



Konè, Ombra della Tigre

Capitolo 2
Il Re di Engble

   «Accidenti! Perché insistete tanto? State prendendo una scelta affrettata, madre.»
   «La tua opinione è molto importante per me, Orwell, ma non sono ancora così vecchia da non capire come è giusto agire. Pertanto farai come ho detto senza discutere oltre.»
   Questa era solo una parte del burrascoso confronto che ebbe luogo dopo che Astell aveva rivelato il desiderio di voler portare a casa con lei la bambina ferita.
   «Siamo nella capitale del regno. Potremmo portarla da qualche guaritore che si prenderà cura di lei. E se i suoi genitori la stessero cercando?»
   Inevitabilmente, tutte le obiezioni di Orwell si scontravano contro le crescenti preoccupazioni della madre. Al momento non importava il motivo per cui quella ragazzina si trovasse lì: di certo portarla lontano, almeno per un po’ di tempo, sarebbe stata la scelta più saggia e prudente.
   «Se qui fosse al sicuro, ora non sarebbe in queste condizioni!»
   «Posso capire che vi sentiate sola. Anche a me manca molto la mia cara sorella, ma…»
   Prima che potesse finire la frase, Orwell fu colpito da un sonoro ceffone. La madre lo fissava incollerita. Avrebbe voluto piangere, pur non sapendo bene se di rabbia o di tristezza, ma si sforzò di mantenere intatte la sua compostezza e fece valere la propria autorità.
   «Frena la lingua, figlio, prima che tu aggiunga parole delle quali potresti pentirti amaramente.»
   Lui tacque, come gli fu ordinato. Dentro di sé si rammaricò profondamente. Aveva riaperto una ferita dolorosa solo per cercare di avere ragione. Rimase in silenzio e a testa bassa mentre riceveva le disposizioni alle quali avrebbe ubbidito senza ulteriori rimostranze.
   «Chiama subito i cocchieri» ordinò Astell, sull’uscio della porticina di legno marcio: «Che portino una coperta per trasportare di nascosto la bambina alla carrozza. Tu va’ a prendere erbe mediche, bende, qualcosa da bere e da mangiare».
   Mentre parlava spostava lo sguardo dentro e fuori il piccolo capanno con nervosa frequenza. Quando ebbe tutto chiaro, Orwell se ne andò senza sollevare la testa.
   Al suo posto comparirono, pochi minuti dopo, due uomini robusti. Entrambi avevano barba e baffi scuri, molto folti, e due cappelli larghi sopra fitti capelli cespugliosi. Stringevano una coperta di tela scura sulla quale adagiarono delicatamente la bimba. Non senza fatica, perché lei continuò a dimenarsi con le poche forze che le restavano finché non fu adagiata sui sedili di una carrozza a quattro posti.
   Il tutto avvenne sotto gli sguardi attenti di Frusta e Miracolo, che si sedettero accanto alla loro padrona sulla carrozza. Orwell arrivò poco dopo a consegnare ciò che Astell aveva chiesto, così dopo brevi saluti e un urlo sgraziato i cavalli cominciarono a scalpitare sul terreno.
   La donna cambiò posto e adagiò la testa della fanciulla ferita sul suo grembo. Ne percepiva l’irrequietezza, ma fece appello a tutta la sua esperienza di madre. Si tolse i guanti e accarezzò i capelli sporchi con magistrale e sapiente lentezza, lasciando il tempo per assaporare il contatto caldo e affettuoso.
   Quel gesto fu inaspettatamente efficace e bastò a tranquillizzare la bambina per molte ore, durante le quali Astell si preoccupò di guarire al meglio le sue ferite, usando le erbe mediche e qualche magia curativa. Poi la aiutò a bere il latte mentre cercava di fare luce sul mistero del suo ritrovamento.
   «Da dove vieni?» chiedeva: «Perché eri in quel posto orribile da sola? E quei tagli? Come te li sei fatti?».
   Dopo qualche interminabile attimo di gelido silenzio, Astell decise di smettere di indagare. Gli occhi chiari di cristallino argento sembravano capire cosa lei stesse dicendo, eppure le labbra sottili restavano chiuse in una morsa serrata. Non poteva, o non voleva, dare una risposta?
   Quando Miracolo si avvicinò per leccare un dito alla giovane sconosciuta, lei miagolò come per ringraziarlo. Frusta, invidiosa, balzò a sua volta a mostrare la propria solidarietà strofinando la testa contro le guance pienotte della bambina.
   I tre rimasero accoccolati, sorvegliati dalla curiosa attenzione che cresceva in Astell, fino a quando non arrivarono a destinazione.
   Un alto cancello di ferro si spalancò e la carrozza attraversò lo stretto vialetto ciottolato, che tagliava in due un prato dall’erba corta, abbellito con fiori comuni colorati e profumati. Un domestico attendeva impettito ai piedi della scalinata in marmo di una casa a due piani, costruita in mattoni color sabbia e vantante decine di ampi finestroni.
   L’uomo, energico e arzillo nonostante i radi capelli bianchi, si affrettò a spalancare la portiera della carrozza. Porse la mano per aiutare la discesa della contessa Astell Writegland, ma fu molto sorpreso quando gli fu chiesto di preparare un bagno caldo e dei vestiti puliti per la ragazzina avvolta nella coperta.
   «Non capisco, contessa. Chi è questa signorina? Secondo la legge non può ospitare in casa… una persona qualunque…» disse con tono riverente e arrogante, consapevole di dover compiacere non solo la padrona della casa ma anche una ben più importante autorità. Dopo una breve pausa e qualche tentennamento continuò: «Mi dispiace, ma senza il consenso del re io non posso…».
   «Sii buono, Phenste» lo interruppe Astell con cortesia: «Fa’ come ho detto. E invia un messaggio al nostro caro sovrano. Che sia mio gradito ospite domani pomeriggio, per bere insieme le tisane che ho portato dalla capitale e discutere di un favore personale».
   «… come desidera» fu’ l’ultima frase pronunciata da Phenste fino al giorno seguente.
   La contessa Writegland, seduta su un divanetto, stava leggendo accanto a una finestra al piano terra. Il sole le illuminava la parte sinistra del viso, e si rispecchiava nel dolce infuso contenuto in una tazzina di ceramica.
   «Potrà anche essere distrutto o fragile, ma è qualcosa che voglio…»
   «Ah-ehm!» tossì Phenste, aprendo una porta dall’altra parte della stanza: «Re Tyndale, sovrano e protettore di Engble, è qui! Lunga vita al re!».
   A passi lenti, un anziano avvolto da un lungo mantello rosso si avvicinava, sostenendosi grazie ad un bastone affusolato, ornato con pietre preziose e rivestito d’oro. Quando, molti anni prima, aveva abdicato in favore di suo figlio come nuovo sovrano del regno, Tyndale aveva espressamente ordinato che gli fosse permesso di governare il villaggio di Engble, da trattare come una sorta di dominio indipendente all’interno del regno.
   Quella piccola cittadina avrebbe ospitato tutti i più importanti maghi nobili della corte reale, obbligati a lasciare ai loro figli il proprio posto a corte quando questi avessero raggiunto il trentesimo anno di età. Solo urgenze di estrema importanza erano portate all’attenzione della Corte dei Saggi, altrimenti immersa in un mare di ozio dorato.
   «Benvenuto, mio signore» disse Astell, alzandosi in piedi e inchinandosi di fronte al re.
   «Domando scusa per il ritardo. Non sono solito essere invitato con così poco preavviso e come un qualunque plebeo. Né mi sento il benvenuto» borbottò Tyndale, strofinando la barba bianca, indispettito per non essere stato considerato dalla bambina seduta sui cuscini azzurri del divano.
   Era stata vestita con un abito comodo ed elegante: bianco, ricamato finemente, con una gonna corta e stretta. I suoi occhi erano puro argento sposato al più prezioso dei diamanti; i capelli biondi, lunghi e lisci, avevano riacquistato il loro naturale colore acceso.
   «Lei è il favore personale per cui mi hai invitato?»
   «Sì, mio signore. Era ferita quando l’ho trovata e…»
   «Deve andarsene» affermò lapidario il re, sorridendo con malcelata indifferenza, mentre osservava le cicatrici rimarginate sulle mani e i piedi nudi.
   «Signore, chiedo solo il permesso perché viva in questa casa.»
   Tyndale rise: «Che assurdità. Ci troviamo nella culla della saggezza e della nobiltà. Vivere a Engble è un onore raro. Non c’è legame di sangue che vi leghi, pertanto questo privilegio le sarà negato. Riportala a Rhuddem, o dovunque tu l’abbia trovata».
   «Non può andarsene» disse Astell dopo una prolungata pausa. Per spiegare la sua affermazione con qualcosa di più che semplici parole, afferrò la bimba per la vita e la poggiò con i piedi sul pavimento.
   L’espressione disinteressata del re mutò per lo stupore quando vide la ragazzina barcollare, cadere e rialzarsi di scatto a quattro zampe. Tornata sul divano con un agile balzo, miagolò per richiamare l’attenzione di Astell.
   «Eccomi, piccola. Ora ti leggerò la fine della storia.»
   «Un bel teatrino, ma non sono in vena di scherzi. Dammi una spiegazione»
   «Nessuno scherzo, mio signore. La piccola non sa parlare. Né camminare. Sembra che capisca alcune parole, eppure agisce come un animale.»
   «Si tratta di qualche sorta di ipnosi?»
   «No… nulla di così banale. Sento che la sua condizione dipende da qualche incantesimo, purtroppo però non sono stata in grado di capire di cosa si tratti…»
   Il re si avvicinò lentamente.
   «Avrà già nove o dieci anni» sussurrava meditabondo. Quando allungò la mano la ragazzina bionda provò a graffiarlo, ma lui non si scompose.
   Ardue sono le scelte dei re. La maggior parte delle volte su un piatto della bilancia si pesano decisioni giuste che scontentano i molti, contrapposte, sull’altro piatto, da atti spietati che fanno la felicità del popolo. Viste le alternative, che cosa deve fare un re?
   Re Tyndale fece per andarsene. Meditava, ma la decisione che voleva comunicare era diversa dopo ogni passo. Prima di oltrepassare la soglia, presidiata dal fedele Phenste, ripensò a quanto fossero stati difficili gli ultimi anni per Astell, dopo la scomparsa della figlia minore.
   «Potrà restare finché non avrà imparato a parlare, camminare e… per gli dei!... Qualunque cosa le serva per vivere lontano da qui! Trasformare questo animale selvatico in una fanciulla indipendente sarà un dovere che, voglio sperare, d’ora in avanti non trascurerai. Perché se così sarà lo verrò a sapere.»
   Dopo quell’ammonimento il re andò via.
   La contessa tirò un sospiro di sollievo e si sedette, esausta, accanto alla sua terza gattina.
   «Hai sentito? Questa è casa tua adesso» affermò, gli occhi lucidi: «E a proposito, quello che stavamo leggendo prima è davvero adatto a questo momento».
   La donna si schiarì la voce mentre sfogliava le pagine sottili del libro di narrativa “Il racconto di noi tutti”. Era una storia semplice, sebbene i protagonisti si alternassero con insolita frequenza: due rivali, un roditore malvagio e una coppia di innamorati.
   «Può anche essere distrutta o fragile, ma è qualcosa che voglio proteggere. Non importa quanto sono lontano, non importa quanto sembra piccola. Posso sempre sperare in un domani migliore. Quando potrò ritrovare la strada per il posto che chiamo casa.»

...continua

Wednesday, December 9, 2015

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Konè, Ombra della Tigre

Capitolo 1
I Giardini delle ceneri

   “… tra le verdi praterie a oriente… isolato e pacifico…… stregone……… aiuto agli spiriti …………… rituale…………… bambino”.
   «Madre, cosa state leggendo?»
   Seduta compostamente su una panchina in legno scuro, una donna alzò la testa verso l’aitante giovanotto ben vestito che le si era avvicinato.
   «Un pezzo di carta perduto nel vento.»
   «Fate vedere.»
   Orwell afferrò il foglietto stropicciato e sporco, segnato dal lungo viaggio che aveva affrontato prima di arrivare dove si trovava in quel momento. Tre angoli erano strappati, il quarto bruciacchiato. Molte parole erano sbiadite, coperte dal fango, sostituite da macchie di umidità o cancellate dal tempo stesso. Le poche ancora leggibili non assumevano un gran significato senza le loro sorelle.
   Ad un cenno della mano, Orwell restituì la carta sgualcita ai sottili guanti ricamati che la stavano stringendo pochi istanti prima.
   «Vi state godendo il pomeriggio, madre mia?»
   «Decisamente. Non avrei pensato che tornare qui dopo tanti anni mi avrebbe giovato.»
   «Ne sono davvero lieto. Per avervi sollevata, questi giardini devono essere magici ben più di quanto si dica.»
   L’uomo si riferiva alla vecchia leggenda che circondava il parco situato al centro della città.
   Una enorme fenice, che come tutti sanno possedeva la straordinaria capacità di rinascere dalle proprie ceneri, si diceva passasse le giornate a riposare in vasti spazi aperti. Quella creatura oziosa stava dormendo, come di consueto, persino quando giunse il momento della sua morte.
   Non si rese conto che il proprio corpo veniva divorato dalle fiamme, e forse fu proprio la pigrizia che la contraddistingueva ad impedire che rinascesse. Il piumaggio dai colori accesi e brillanti si trasformò in una vasta, desolata distesa grigiastra.
   Ciò nonostante gli alberi cominciarono a crescere alti e robusti, i fiori sbocciavano colorati, l’erba verde e rigogliosa ricoprì tutta la zona cenerina. Così le persone ci costruirono intorno degli accampamenti e poi un paesello, che crebbe fino a diventare la magnifica e prospera città che prese il nome di Rhuddem.
   Questo era anche il nome della fenice della leggenda, e la sua eredità divenne meta per curiosi e pellegrini, tutti affascinati e desiderosi di ammirare i rigogliosi Giardini delle ceneri.
   «Miracolo!»
   Alzatasi in piedi, Astell rassettò la gonna larga ed elegante che aveva indossato al pranzo di compleanno del figlio, poi camminò con grazia verso un’aiuola di fronte a lei. L’unica cosa che desse credito alla leggenda della fenice era una straordinaria proprietà dei Giardini delle ceneri: dalla base di ogni albero e di ogni fiore spesso fuoriuscivano delle fiamme, leggere e sottili, come caldi soffi visibili a occhio nudo, tanto ardenti da riscaldare ma non abbastanza da bruciare quello che toccavano.
   Quel fenomeno, che si verificava molto più di frequente nelle piante al centro del parco, era chiamato respiro di fenice. Neanche i maghi più eruditi riuscivano a capire da quale magia avesse origine.
   «Miracolo! Torna subito qui!» ordinò la donna.
   Il gatto, completamente immerso nel suo girovagare, si era allontanato perché aveva trovato un fiore isolato con cui divertirsi: dava colpi decisi alla corolla, così il lungo e robusto stelo oscillava più e più volte per poi tornare alla posizione primordiale.
   «Qual è il problema, madre? Non ci sono pericoli ai Giardini delle ceneri.»
   «Non ce ne sono per noi» ribatté Astell con disappunto, mentre correva a prendere in braccio il suo micio.
   «Quello è un narciso. È molto pericoloso per i gatti!» spiegava, accarezzando la testa di Miracolo.    Poi sfiorò il lato sinistro del corpo, segnato da ustioni violente che il pelo argenteo, ormai ricresciuto, nascondeva quasi completamente. Appoggiò delicatamente la mano per sentire il respiro dell’animale, a cui chiese: «A proposito. Dov’è Frusta?».
   Sbadigliando, Miracolo avvolse il proprio corpo con la coda e si adagiò nel rilassante abbraccio della sua padrona, che continuava ad interrogarlo con insistenza.
   «Mi ricordo di averlo visto vicino all’ingresso di Vallescura. Volete che vada a cercarlo, madre?»
   «Non occorre, Orwell caro. Prepara la carrozza perché mi riporti a casa, io sarò di ritorno in pochi minuti.»
   «Come desiderate» affermò il giovane uomo prima di allontanarsi.
   Astell si incamminò nella direzione opposta, attraversando le siepi tagliate con grande maestria e le fontane zampillanti. Ammirava i piccoli arcobaleni che nascevano dalle allegre piogge di spruzzi e il verde acceso dell’erba, assaporando il contrasto tra quei colori e il terreno di pallida polvere, fino a giungere a Vallescura.
   Era la zona dei giardini dove gli alberi erano più bassi, fitti e meno distanziati. Le ragnatele formate dai rami cresciuti intrecciandosi tra loro erano molto suggestive, ma rendevano il piccolo boschetto molto inospitale rispetto al resto del parco, e perciò poco frequentato. Per questo motivo nascosti tra quei tronchi c’era una moltitudine di piccoli capanni con pale, vanghe e fertilizzanti di ogni genere.
   «Ebbene? Frusta è da questa parte?»
   «Miao!»
   Sembrò un verso di assenso. Inoltre guardando il terreno con attenzione si potevano notare impronte feline impresse sulla cenere.
   Seguendo le tracce si arrivò facilmente all’animale che le aveva lasciate: un gatto snello e allungato, il cui pelo corto era arancione sul dorso e color panna sul petto; sparute strisce castane sulla fronte ricordavano graffiti tribali.
   Dopo un prolungato miagolio di Frusta, Miracolo si divincolò e saltò a terra. Corse dietro alla sua compagna ed entrambi sparirono nella vegetazione.
   «Non è proprio il momento di giocare» borbottava Astell, seccata: «Che vi prende oggi? Ho detto che dobbiamo tornare a casa».
   Seguire i due gatti diventò difficoltoso. Le orme che lasciavano sulla cenere erano evidenti ma si stavano addentrando tra cespugli sempre più intricati.
   La gonna di Astell si impigliò tra le fronde più basse e le radici sporgenti, così lei perse l’equilibrio e cadde a terra dopo una goffa giravolta. I capelli biondi raccolti con cura in un nastro viola si scompigliarono e le ricaddero sulle spalle. Stava per urlare incollerita, quando udì un miagolio pacato. Vide i felini proprio dietro il largo tronco di un enorme albero, così temprato dal tempo da divenire duro quanto una roccia.
   Camminò con attenzione sulle radici serpentine, fino a giungere di fronte ad una piccola porticina malmessa. Era stata ricavata da un legno molto più debole e precludeva l’ingresso a una stanza scavata proprio nel grande tronco.
   Miracolo e Frusta erano lì, a raspare sul legno marcio e a spingere con tutte le loro forze per cercare di entrare.
   Astell li osservava con stupore. Non li aveva mai visti comportarsi in quel modo. Miagolavano incessantemente come se stessero chiedendo aiuto per riuscire ad arrivare dall’altra parte della soglia. Provò a dare una lieve spinta, aspettandosi che la porta fosse chiusa, ma non era così.
   I cardini cigolarono sonoramente, mordendo la ruggine che li rallentava; Frusta e Miracolo sgusciarono dentro appena ebbero spazio sufficiente.
   «Oh, ci mancava solo questa» sbuffò Astell.
   Entrò controvoglia, spinta solo dal desiderio di recuperare i suoi cuccioli per poi ritornare a casa.
La stanza misurava tre metri per lato, o poco più.
   Bastarono pochi passi perché la donna si trovasse circondata dall’oscurità e da un pungente odore ferroso. Pensò di essere in un capanno degli attrezzi in disuso.  Sentiva che i gattini stavano leccando qualcosa che lei non riusciva a vedere, così alzò la mano e si concentrò per creare una piccola fiammella arancione levitante.
   La prima cosa ad essere illuminata fu proprio l’espressione sconvolta di Astell mentre si posava sul corpo di una ragazzina, ricoperto da una lunga chioma di capelli sporchi che avevano assunto il colore del rame. Era distesa a terra, tra un rastrello spezzato e un badile, e l’odore che aleggiava nell’ambiente non proveniva dagli attrezzi arrugginiti: era odore di sangue.
   Qualcosa la fece allarmare.
   Si spostò lentamente. Sollevando a stento il corpo sui gomiti strisciò fino a un angolo del casotto.
   «Per gli dei!...»
   Vestiva solo stracci sgualciti e logori ed era ricoperta di ferite. Soprattutto le braccia e le gambe erano piene di graffi, concentrati sui palmi delle mani e dei piedi.
   Quando Astell provò ad avvicinarsi, Miracolo e Frusta le si pararono davanti, soffiando verso di lei e mostrando gli artigli. Anche la bambina emetteva un suono simile, che cresceva di intensità man mano che la piccola fiamma magica le si avvicinava. Per sua fortuna quando i gatti riuscirono a graffiare la loro padrona il fuoco si dissolse nell’aria.
   La donna, stupita, cercò di riflettere con calma.
   «Ti… ti spaventa il fuoco? È così?» chiese.
   La voce della ragazzina tremava mentre emetteva mugugni quasi impercettibili e privi di senso.
   «… ma… chi sei?...»
   Sembrava di essere di fronte ad un animale selvatico: la bambina provò a ritrarsi, osservando con timore le rose nere ricamate sul guanto della donna. Era diffidente, ma bloccata contro il massiccio muro di legno.
   Scostando gentilmente una ciocca di capelli e accarezzandole la guancia, Astell sussurrò: «Non aver paura…».

... continua

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Konè, Shadow of the Tiger

Chapter 1
The Gardens of ashes

   “… in the eastern green meadows… isolated and peaceful……… wizard……… helped the spirits ……… ritual ……… child”.
   «Mother, what are you reading?»
   Sitting composedly on a bench of dark wood, a woman looked up at the handsome, well dressed young man who had approached her.
   «A piece of paper lost in the wind.»
   «Let's see it.»
   Orwell grabbed the crumpled and dirty piece of paper, marked by the long journey he had faced before arriving where it was at that time. Three corners were torn, scorched the fourth. Many words were faded, covered by mud, replaced by damp patches or erased by time itself. The few still readable didn't assume great meaning without their sisters.
   At a wave of the hand, Orwell returned the crumpled paper to the thin embroidered gloves that were holding it a few moments before.
   «Are you enjoying the afternoon, mother?»
   «Definitely. I wouldn’t have thought coming back here after so many years would’ve helped me.»
   «I'm really pleased. For having relieved you, these gardens must be much more magical than people say.»
   He was referring to the old legend that lingered the park, located in the center of the city.
   An enormous phoenix, which as everyone knows possessed the uncanny ability to reborn from her own ashes, was said to pass the days to rest in vast open spaces. That idle creature was sleeping, as usual, even when it came time for her death.
   She did not realize that her own body was being devoured by the flames, and perhaps it was the laziness that distinguished her to prevent the reborn. The brilliantly colored plumage turned into a vast, desolate grayish expanse.
   Nevertheless, the trees began to grow tall and strong, colorful flowers bloomed, the grass green and luxuriant covered the whole ashen area. So people built camps around there, and then a village, which grew to become the magnificent and prosperous city called Rhuddem.
   This was also the name of the phoenix of the legend, and her legacy became a destination for pilgrims and curious, all fascinated and eager to admire the lush Gardens of ashes.
   «Miracle!»
   Stood up, Astell tidied up the wide and elegant skirt she had worn at the birthday lunch of her son, then gracefully walked to a flower bed in front of her. The only thing that gave credence to the legend of the phoenix was a striking property of the Gardens of ashes: from the base of each tree and flower often flowed out light and thin flames, like warm puffs visible to the naked eye, so ardent to heat but not enough to burn what they touched.
   That phenomenon, which occurred much more frequently in plants in the center of the park, was called phoenix breath. Not even the most erudite wizards could figure out what magic originated it.
   «Miracle! Come back here!» ordered the woman.
   A cat, completely immersed in his wanderings, was away because he had found an isolated flower to have fun with: he gave blows to the corolla, so the long and sturdy stem swung over and over again, and then returned to the primal position.
   «What's the matter, mom? There are no dangers in the Gardens of ashes.»
   «There are none for us» replied Astell in dismay, while running to catch the kitty in her arms.
   «That’s a narcissus. It is very dangerous for cats» explained, caressing the head of Miracle. Then brushed the left side of his body, marked by violent burns that the silvery hair, now grown back, hid almost completely. Gently put her hand to feel the breath of the animal, to whom asked: «By the way, where is Whip?».
   Yawning, Miracle wrapped the body with his tail and laid down in the relaxing embrace of his mistress, who continued to question him insistently.
   «I remember seeing him near the entrance of Darkvalley. Do you want me to go and look for him, mother?»
   «No need, dear Orwell. Prepare the carriage for taking me home, I'll be back in a few minutes.»
   «As you wish» said the young man before walking away.
   Astell strode in the opposite direction, through hedges cut with great skill and gushing fountains. She admired the small rainbows born from the cheerful rain of splashes and the bright green of the grass, enjoying the contrast between those colors and the pale dust of the ground, until reaching Darkvalley.
   It was the area of the gardens where the trees were lower, dense and less spaced. The webs formed by the branches grew mingling with one another were very suggestive, but made the small thicket very inhospitable compared to the rest of the park, and so not very crowded. For this reason, hidden in those trunks there was a multitude of small huts with shovels, spades and fertilizers of all kinds.
   «Well? Is Whip this way?»
   «Meow!»
   It seemed a call of assent. Moreover, watching the ground carefully, feline footprints could be seen imprinted on the ash.
   Follow the trail easily led to the animal that had left the footprints: a slender and elongated cat, whose short hair was orange on the back and cream color on the chest; scanty chestnut stripes on the forehead resembled tribal graffiti.
   After a prolonged “meow” by Whip, Miracle struggled and jumped to the ground. He ran behind his partner and both disappeared into the vegetation.
   «It's not really the time to play» muttered Astell, annoyed: «What’s wrong with the two of you today? I said we must go home».
   Follow the two cats became difficult. The footprints left on the ash were evident, but were entering bushes more and more intricate.
   Astell’s skirt got entangled among the lowest branches and protruding roots, so she lost her balance and fell to the ground after an awkward twirl. The blond hair, carefully tied with a purple ribbon, became a mess and fell on her shoulders. She was about to shout angrily when heard a quiet meowing. The cats were right behind the wide trunk of a huge tree, so hardened by the time that it became as hard as a rock.
   She walked cautiously on the serpentine roots, until reaching the front of a small door in poor condition. It was made from a much weaker wood, and precluded the entrance to a room dug right in the big trunk.
   Miracle and Whip were there, rasping on the rotten wood and pushing with all their strength trying to enter.
   Astell observed them in amazement. She had never seen them behave that way. They were meowing incessantly as if they were asking for help to make their way to the other side of the threshold. She tried to give a slight push, expecting that the door was closed, but it was not.
  The hinges creaked loudly, biting the rust that was slowing down them; Miracle and Whip slipped inside as soon as they had enough space.
   «Oh, that's all we needed!» snorted Astell.
   She entered reluctantly, driven only by the desire to recover her kittens and then return home. The room measured three meters per side, or slightly more.
   It took a few steps for the woman to be surrounded by darkness and a pungent ferrous smell. She thought it was an abandoned tool shed. Heard the kittens were licking something she could not see, she raised the hand and concentrated to create a small, levitating orange flame.
   The first thing to be illuminated was the Astell’s shocked expression, while it rested on the body of a young girl, covered with a long mane of dirty hair which had taken the color of the copper. She was lying on the ground, between a broken rake and a shovel, and the smell that hung in the environment did not come from rusty tools: it was the smell of blood.
   Something made her worry.
   She moved slowly. Barely lifting her body on the elbows, crawled to a corner of the hut.
   «By the gods!...»
   She wore only worn-out and rumpled rags, and was covered with wounds. Especially arms and legs were full of cuts, concentrated on the palms of the hands and feet.
   When Astell tried to approach her, Miracle and Whip stood before, blowing toward her and showing claws. The child uttered a similar sound that grew in intensity as the small magic flame approached her. Luckily for her, when the cats were able to scratch their mistress the fire faded in the air.
   The woman, surprised, tried to think calmly.
   «You… does fire scare you? It is that so?» she asked.
   The girl's voice shook as she emitted almost imperceptible and meaningless grumbling.
   «… but… who are you? ...»
   It seemed to be facing a wild animal: the little girl tried to retreat, watching with fear the black roses embroidered on the glove of the woman. She was wary, but blocked against the massive wooden wall.
   Gently brushing aside a lock of her hair and stroking her cheek, Astell whispered: «Don’t be afraid…»

... to be continued